In un recente studio di due ricercatori dell’Associazione Bancaria Italiana, Daniele Di Giulio e Carlo Milani, è stata analizzata la relazione tra l’utilizzo delle carte di pagamento (bancomat e carte di credito) e l’economia sommersa (per scaricare lo studio clicca qui).
Infatti, se le transazioni effettuate tramite banconote sono completamente anonime, quelle effettuate tramite l’utilizzo delle carte non lo sono e per questo facilitano la tracciabilità dei movimenti effettuati e costituiscono un contrasto alle attività irregolari. La detenzione di banconote, specialmente di taglio elevato (500 euro), può avere tra le sue principali motivazioni proprio la volontà di evitare i controlli fiscali. Da ciò deriva che aumentare la diffusione delle carte di pagamento in Italia, a discapito del contante, potrebbe determinare dei notevoli benefici in termini di lotta al sommerso.
Nello studio si pone in evidenza come esista una relazione statistica tra la diffusione delle carte di pagamento e il tasso di lavoro irregolare, proxy del livello di economia sommersa presente su base territoriale. Stimando empiricamente questa relazione gli autori trovano quale potrebbe essere l’impatto sul tasso di lavoro irregolare, e quindi sull’economia sommersa, derivante da una maggiore diffusione delle carte di pagamento.
In particolare, Di Giulio e Milani stimano che un incremento di 10 punti percentuali della quota di famiglie detentrici di carte di debito/credito avrebbe l’effetto di ridurre il tasso di irregolarità di mezzo punto percentuale. Con riferimento alla situazione esistente negli ultimi anni di rilevazione, nell’ipotesi migliore in cui le carte di debito/credito si diffondessero anche presso tutte quelle famiglie che ne sono sprovviste, l’economia irregolare arriverebbe a perdere fino a due punti percentuali del suo bacino di utenza.
Posto che ogni punto di lavoro irregolare determina, in base ai dati Istat, circa un punto e mezzo di economia non osservata, l’effetto in termini di emersione del sommerso è stimato tra i 10 e i 40 miliardi di euro, pari all’incirca tra il mezzo punto e i 3 punti di Pil.
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lunedì 19 settembre 2011
mercoledì 14 settembre 2011
Lo studio sulle opinioni degli italiani - Ricerche sull’evasione fiscale (1)
Nel 2007 due ricercatori della Banca d’Italia, Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, hanno condotto uno studio sulle opinioni degli italiani circa l’evasione fiscale (per scaricare la sintesi non tecnica dello studio clicca qui).
Tale studio è basato sulle risposte che i contribuenti hanno dato ad un’apposita sezione monografica dell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane che con frequenza biennale viene condotta dalla Banca d’Italia.
Sulla base delle risposte date gli studiosi sono riusciti a costruire un indicatore sintetico della propensione all’evasione (vedi la tabella sotto tratta dallo studio di Cannari e D’Alessio).
Tra le evidenze trovate ve ne sono alcune più scontate, come ad esempio il fatto che la propensione ad evadere sia più alta per i lavoratori indipendenti, ed in particolare per quelli autonomi, rispetto ai dipendenti. Tra questi ultimi, però, si osserva come anche gli operai abbiano un’elevata propensione ad evadere. Ciò sembrerebbe indicare che i meccanismi di riprovazione sociale, come la pubblicazione online dei redditi, possano avere un’efficacia limitata nell’ostacolare il fenomeno dell’evasione in quanto l’atteggiamento di favore verso questo fenomeno è generalizzato. Il fatto che siano quindi gli autonomi quelli che evadono di più sembrerebbe essere solo il risultato del fatto che per questa categoria di lavoratori è più facile evadere.
Dallo studio emerge poi come il comportamento dei singoli contribuenti sia influenzato dall’atteggiamento delle famiglie che risiedono nella stessa provincia (la stessa indicazione è fornita da un recente articolo di Carla Marchesi pubblicato su lavoce.info) nonché dalla propensione ad evadere della provincia da cui proviene il capofamiglia.
La propensione a evadere risulta più alta nelle provincie con più elevata disoccupazione e laddove la qualità dei servizi pubblici è più bassa. Una Pubblica Amministrazione più attenta alle esigenze dei cittadini sembra quindi spingere i contribuenti verso una maggiore fedeltà fiscale.
Infine, l’atteggiamento verso l’evasione risulta essere via via più favorevole al diminuire dell’età e del livello d’istruzione del capofamiglia.
Tale studio è basato sulle risposte che i contribuenti hanno dato ad un’apposita sezione monografica dell’indagine sui bilanci delle famiglie italiane che con frequenza biennale viene condotta dalla Banca d’Italia.
Sulla base delle risposte date gli studiosi sono riusciti a costruire un indicatore sintetico della propensione all’evasione (vedi la tabella sotto tratta dallo studio di Cannari e D’Alessio).
Tra le evidenze trovate ve ne sono alcune più scontate, come ad esempio il fatto che la propensione ad evadere sia più alta per i lavoratori indipendenti, ed in particolare per quelli autonomi, rispetto ai dipendenti. Tra questi ultimi, però, si osserva come anche gli operai abbiano un’elevata propensione ad evadere. Ciò sembrerebbe indicare che i meccanismi di riprovazione sociale, come la pubblicazione online dei redditi, possano avere un’efficacia limitata nell’ostacolare il fenomeno dell’evasione in quanto l’atteggiamento di favore verso questo fenomeno è generalizzato. Il fatto che siano quindi gli autonomi quelli che evadono di più sembrerebbe essere solo il risultato del fatto che per questa categoria di lavoratori è più facile evadere.
Dallo studio emerge poi come il comportamento dei singoli contribuenti sia influenzato dall’atteggiamento delle famiglie che risiedono nella stessa provincia (la stessa indicazione è fornita da un recente articolo di Carla Marchesi pubblicato su lavoce.info) nonché dalla propensione ad evadere della provincia da cui proviene il capofamiglia.
La propensione a evadere risulta più alta nelle provincie con più elevata disoccupazione e laddove la qualità dei servizi pubblici è più bassa. Una Pubblica Amministrazione più attenta alle esigenze dei cittadini sembra quindi spingere i contribuenti verso una maggiore fedeltà fiscale.
Infine, l’atteggiamento verso l’evasione risulta essere via via più favorevole al diminuire dell’età e del livello d’istruzione del capofamiglia.
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